e santamente venerava il Signore.
J. Da Varazze, Legenda Aurea
Agli inizi del Cristianesimo furono le donne a convertirsi per prime e in maggioranza rispetto agli uomini, affrontando con “virile” coraggio il martirio e la morte pur di non rinnegare il loro credo.
Fra le prime figure della santità femminile in Sicilia, regione in cui preponderante fu rispetto a quella maschile, martirizzata probabilmente nel sec. III d. C., durante le persecuzioni estese a tutto l’impero contro i cristiani, sotto Caio Messio Quinto Decio (ma Adelmo, nel “De laude virginitatis”, e Beda, nel “Martirologio”, la collocano nel sec. IV, cioè sotto Diocleziano), ci fu Agata (Agata dal greco agathé, buona, probabilmente per assimilazione alla divinità pagana Agathé Thea, la Bona Dea latina, già venerata a Enna come dea della fecondità), una giovane vergine siciliana (secondo alcuni di Palermo, secondo altri di Catania), di origine aristocratica, che si distinse per aver difeso ad oltranza la sua scelta di purezza e fedeltà al Cristo, affrontando impavidamente ripetuti supplizi, trovando, infine, la morte.
Il suo culto (forse collegabile ad antichi culti pagani locali, come quelli di Iside, Demetra, Persefone- Kore), particolarmente intenso a partire dal Medioevo (come testimoniano alcuni reperti archeologici, monumentali ed epigrafici risalenti a pochi decenni dalla morte, avvenuta secondo la tradizione il 5 febbraio 251), ebbe subito larga diffusione sia in Oriente che in Occidente, in Sicilia, a Roma, nel resto d’Italia e in Francia, e persino presso le popolazioni bizantine, africane, germaniche, romanze e scandinave, avvincendo fortemente la forza dimostrata durante le torture.
Presente il suo nome in vari martirologi, oltre al “Martirologio Geronimiano” (IV secolo),[1] e nel canone della messa accanto a quello di un’altra illustre martire conterranea, Santa Lucia, già nel VI secolo le dedicarono due chiese: da papa Simmaco fu fatta edificare in suo onore una basilica sulla via Aurelia, un’altra da S. Gregorio Magno nel 593. E venne pure rappresentata, in abito da diaconessa (la diaconessa era una donna alla quale veniva affidata la cura dei malati e dei poveri, oltre che taluni uffici nella Chiesa cristiana dei primi secoli), nel corteo delle vergini in Sant’Apollinare Nuovo, della seconda metà del VI secolo, a Ravenna.
La sua vicenda s’intreccia fra storia e leggenda, ed è possibile ricostruirla, nonostante non siano mancati dubbi sulla sua realtà storica, attraverso gli “Atti greci del martirio”, svariate “Passiones” e la bellissima “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze, tenendo ben presente che sono tutti documenti redatti tardivamente, e che la “Legenda Aurea”, ma in generale tutta la letteratura agiografica, partiva da un nucleo di verità arricchito, però, con elementi romanzati per esaltare le gesta dei santi, dei martiri e degli apostoli, tramandando i Vangeli e contribuendo e diffondere la verità di fede.
Secondo la “Legenda Aurea” Agata era di nobile famiglia cristiana (suo padre si chiamava Rao e sua madre Apolla), bellissima di corpo e pura di cuore abitava a Catania e santamente venerava il Signore[2] (ma negli “Atti greci del martirio” si dice che era oriunda di Palermo e che subì il martirio a Catania).
Votata a Cristo, si rifiutò di sacrificare agli dei e di piegarsi ai desideri del proconsole Quinziano, rappresentante del potere decentrato dell’impero romano, uomo di bassa condizione, lussurioso, avaro e idolatra[3] che, quando ottenne gli editti imperiali contro i cristiani (secondo i quali potevano essere prima denunciati alle autorità, poi invitati ad abiurare in pubblico la loro nuova fede e, se rifiutavano di sacrificare agli dei, arrestati, torturati e poi mandati a morte; se, invece, abiuravano, ricevevano un libellum, un attestato che confermava la loro appartenenza alla religione pagana), non volendo la giovane piegarsi alle sue voglie ed ad ogni sua lusinga, dapprima la mandò in un postribolo, affidandolo ad una prostituta di nome Afrodite (e alle sue nove figlie) che in ogni modo cercò di piegarla all’immoralità, con festini, svaghi osceni, blandendola e minacciandola, e poi, siccome era riuscita fermamente a mantenere intatta la sua verginità, in carcere, dove la fece torturare.
La mia volontà si appoggia sulla pietra e questa pietra è Cristo, le vostre parole invece sono come il vento; le vostre promesse sono simili alla pioggia e le minacce alle acque di un fiume, onde per quanto cerchiate di scuotere le fondamenta della mia dimora non ci riuscirete.[4]
Ma Agata non si piegò nemmeno ai supplizi (stiramento delle membra, lacerazioni con pettini di ferro, scottature con lamine infuocate), sopportando ogni ferita, ogni dolore, in nome della sua fede, accettando gioiosamente ogni tormento, convinta che, dopo il martirio, avrebbe incontrato il Cristo.
Io godo di queste pene come colui che ascolta una buona notizia o veda avverarsi una cosa da lungo tempo desiderata o che scopra immensi tesori. Come il grano non può essere riposto nel granaio se non è stato prima ripulito dalla sua buccia così l‘anima mia non può entrare in Paradiso se non avrò fatto martoriare il mio corpo dalla mano dei carnefici.[5]
Il suo atteggiamento ostinato suscitò le ire di Quinziano, che la condannò ad un’atroce tortura: fattala legare a testa in giù, ordinò che le venissero recisi i seni con una tenaglia (negli “Atti greci del martirio” si parla, invece, dell‘amputazione di un solo seno).
Comandò allora Quinziano che le fossero torti i seni e dopo questa tortura le fossero strappati. E Agata: “Tiranno empio e feroce, non ti vergogni di far strappare a una donna il seno che tu un tempo hai succhiato alla madre? Ma tu non puoi strappare le mammelle dell’anima mia che alimentano col loro latte tutti i miei sensi”.[6]
Dopo la tortura, il proconsole ordinò che la giovane fosse riportata in prigione, che nessun medico la curasse e nessuno le portasse da mangiare ma, nella notte, Agata ricevette in carcere la visita di San Pietro, che la risanò.
Sempre per ordine di Quinziano, irritato dall’ostinazione di lei che ancora si rifiutava di sacrificare agli idoli, venne sottoposta ad un nuovo supplizio: fu scagliata sopra un letto di cocci rotti sui quali erano stati sparsi dei carboni ardenti, ma, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni e, secondo una delle tante leggende, restava intatto il suo velo, di colore rosso indossato su una tunica bianca, come usavano tutte le diaconesse consacrate a Dio, perciò anche Agata (secondo un’altra leggenda il velo, però, era bianco e diventò rosso al contatto col fuoco), il vulcano si risvegliò, ed un forte terremoto scosse la terra: allora il popolo di Catania si sollevò e supplicò Quinziano di liberarla. Il proconsole ordinò di togliere Agata dalla brace e di riportarla in cella, e qui la giovane morì qualche ora dopo: era all’incirca l’anno del Signore 253 ed era imperatore Decio.[7]
I fedeli profumarono il corpo della vergine e lo posero in un sarcofago ma ecco che, mentre si svolgevano i riti funebri, apparve un giovane che indossava bianche vesti, seguito da un corteo di fanciulli pure vestiti di bianco, che deposero sul suo sepolcro una tavoletta sulla quale era inciso questo scritto: Mens sancta spontaneus honor Deo et patriae liberatio (“Anima santa, spontanea, onore a Dio e salvezza per la patria”).
Dopo questo miracolo, per aver patito il martirio spontaneamente onorando Dio, ad Agata fu riconosciuto un animo santo e venerata come santa, ed il suo culto si diffuse sia tra i giudei che tra i gentili.
Per quanto riguarda Quinziano, mentre si recava a casa della Santa, certo di trovarvi delle ricchezze, due cavalli del suo cocchio s’imbizzarrirono, uno lo morse e l’altro lo scaraventò nel fiume Simeto, ed il suo corpo non fu mai ritrovato.
Il 5 febbraio 252, un anno esatto dalla morte di Sant’Agata, una violenta eruzione dell’Etna minacciò Catania, allora molti cittadini, cristiani e pagani, accorsero al suo sepolcro, presero il prodigioso velo che la ricopriva e lo opposero alla lava che, miracolosamente, si arrestò (il “velo” divenne subito preziosa reliquia tanto da essere spesso portato in processione quando l’Etna eruttava, perché si riteneva che avesse il potere di fermare le colate di lava); da allora la Santa divenne non solo la patrona di Catania, ma anche la protettrice contro le eruzioni vulcaniche e contro gli incendi.
Rapidamente si diffuse il culto di Sant’Agata, fonte ispiratrice di numerose opere artistiche.
Considerata, per il taglio delle mammelle, protettrice di puerpere, balie, nutrici, fonditori di campane (sia perché la colata del bronzo ricorda quella della lava, sia per la forma allusiva delle campane), è invocata anche contro le malattie del seno, gli incendi e le eruzioni vulcaniche.
Rappresentata nell’arte come una giovane di belle fattezze, con i seni recisi su un piatto e una tenaglia in mano, suoi attributi iconografici sono una torcia o una candela accesa, simbolo della potenza contro il fuoco, o un corno di unicorno, simbolo di purezza e castità (per tradizione l‘animale può essere avvicinato solo da una vergine), spesso anche la palma del martirio.
Fece per il cardinale d’Aragona, in un quadro, una bellissima S. Agata ignuda e martirizata nelle poppe, che fu cosa rara… e non è punto inferiore a molti altri quadri bellissimi che vi sono di mano di Raffaello da Urbino, di Tiziano e d’altri. (Vasari, Le Vite, Vita di Sebastian Viniziano).
Nella tela di Sebastiano del Piombo, del 1520, conservata a Firenze, al Palazzo Pitti, la Santa è rappresentata come una bella giovane con occhi e capelli scuri, per rispecchiare i tratti caratteristici della sua terra, mentre sta subendo la tortura ai seni, intanto che, sullo sfondo, si prepara il supplizio successivo, quello dei carboni ardenti.
A Parma, invece, alla Galleria Nazionale, si conserva “Sant’Agata visitata in carcere da San Pietro e l’angelo“; composta fra il 1613 e il 1614 da Giovanni Lanfranco (allievo di Annibale Carracci) affascinato poco dai temi mitologici, molto da miracoli, martirii, estasi e allegorie di virtù; in quest’opera la martire presenta il corpo ferito e mutilato all’apostolo Pietro, che la visita di notte, insieme ad un angelo (anche l’apostolo era stato visitato in carcere e liberato da un angelo) e, in nome di Cristo, la guarisce, sfiorandola appena, però, senza toccarla, proprio come tramanda la “Legenda Aurea”.
Del 1640 è la “Sant’Agata” conservata al Museo di S. Martino di Napoli, inizialmente attribuita allo Stanzione, poi definitivamente, per le stringenti affinità a tutta una serie di sue opere, a Francesco Guarini, felice rappresentante della pittura napoletana del Seicento influenzata da Caravaggio; risalta, qui, la carica sentimentale che promana dalla figura della Santa colta nella fissità, sempre amando l’Artista concentrare l’attenzione più sul dolore personale che sull’intera vicenda.
Sono così tante le opere di Gianbattista Tiepolo (l’ultimo grande pittore di cicli di affreschi della tradizione italiana che, con apparente semplicità, infuse grande vitalità alle più complesse raffigurazioni allegoriche, empiendo interi soffitti di figure nobili ed eleganti librate in cieli aperti), ispirate alla mitologia e alla storia antica, che si tende a dimenticare che fu anche sensibile pittore di temi religiosi.
Nei quadri di soggetto sacro rivelò un aspetto maggiormente intimo e penetrante della sua vena artistica, affrontando gli aspetti esasperati della religiosità, rappresentando scene violente e brutali, come nel “Martirio di Sant’Agata” del 1750 circa, una delle più toccanti pale da lui dipinte, realizzata per l’altare maggiore della Chiesa di Sant’Agata delle Benedettine a Lendinara, in cui, lontano dalle grazie del rococò, offrì una composizione pervasa da drammaticità e sincera pietà umana, contrapponendo al male il bene, alla violenza la carità: in opposizione alla figura del carnefice, la Santa, nell‘estasi del martirio, rivolge gli occhi verso l’alto, pietosamente sostenuta da una donna che le copre il petto sanguinante per la crudele mutilazione.
NOTE
1) Anticamente, biografie dei primi martiri cristiani, in seguito il registro dei martiri con alcune notizie sulla loro vita e la data in cui si celebra la loro memoria. Il più antico è il martirologio geronimiano (IV secolo), sulla cui base furono composti i successivi, fino a quello romano del 1574 pubblicato da Gregorio XIII.
2) Legenda Aurea.
3 ) op.cit.
4 ) op.cit.
5 ) op.cit.
6 ) op.cit
7) op.cit.
TESTI
Fiorentina, Bologna, 1990.
Da Varazze, Jacopo, Legenda Aurea, Einaudi, I Millenni, 1995.
I grandi Santi, De Vecchi Editore, Milano, 2000.
Santi, I parte, Electa Gruppo Editoriale l’Espresso, 2004.
Santi, II parte, Roma, Electa, l’Espresso, Mondadori, 2004.
I grandi pittori, vol.III. De Agostini, Milano, 1987.
I grandi pittori, vol.IV, De Agostini, Milano, 1987.
I grandi pittori, vol.V, De Agostini, Milano, 1987.
Maria Stelladoro, Agata. La Martire, Milano, Jaca Book, 2005.
Gemaldegalerie, I grandi musei, Touring Club Italiano, Milano, 1982.















complimenti da catanese devoto questa è la prima biografia complrta letta e sentita fino a ora complimenti davvero
Grazie mille. Gireremo i suoi complimenti all’autrice del post.
Gentile Danilo,
enorme è il fascino esercitato dalla biografia di Sant’Agata, che si sia o meno credenti: io l’ho “subito”. Grazie per aver apprezzato il mio commento e grazie a Vincenzo Bonanno per averlo pubblicato.
Francesca Santucci