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Lisabetta da Messina

…e io per lo suo amor – morrò di doglia.
La canzone del basilico

William Holman Hunt, Isabella e il vaso di basilico

William Holman Hunt, Isabella e il vaso di basilico

Lisabetta da Messina non è il nome di una rimatrice come Compiuta Donzella, né di una scienziata, come Trotula, o di una mistica, come Santa Caterina, bensì quello di un’infelice fanciulla siciliana la cui sventurata vicenda, svoltasi, come s’ipotizza, in età medievale, trovò risonanza nel “Decamerone” di Boccaccio, e, variamente ripresa, suggestionò, oltre a molti altri letterati, come Christine de Pizan (Cité des dames), John Keats (Isabella, or the Pot of Basil), Anatole France (Basilic, Lys rouge), Hans Sachs (che la riscrisse quattro volte), anche artisti, come il pittore inglese William Holman Hunt e Sir John Everett Millais (fondatori, insieme a Dante Gabriel Rossetti, nel 1848, della Confraternita dei Preraffaelliti).

Particolarmente intensa fu l’interpretazione iconografica di Hunt che, nel quadro del 1867, “Isabelle with the Pot of Basil” (“Isabella e il vaso di basilico”), iniziato durante il viaggio in Italia con la moglie, terminato a Londra e dedicato alla donna amata, morta in seguito a febbri puerperali, immortalò con estrema dolcezza la dolente protagonista della vicenda, Isabella, con i lunghi capelli scuri disciolti su un vaso di basilico, mentre lo cinge d’un languido amorevole abbraccio: quel vaso di basilico, in realtà, contiene la testa di Lorenzo, il suo innamorato, ferocemente assassinato dai suoi fratelli.

E straordinariamente poetica fu la delicata figura della giovane donna silenziosa e rassegnata, incarnazione di una femminilità fragile ed indifesa ma che, per amore, riesce a divenire eroica, fino al sacrificio di sé, tratteggiata da Boccaccio nel “Decamerone”.

Tema centrale della novella omonima (la V della IV giornata, in cui, in un’atmosfera malinconica e patetica, si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine, cioè di amori dall’ esito tragico) narrata da Filomena, è l’amore (tra follia e morte) concepito non più secondo i moduli dell’amor cortese e dello stilnovismo che angelicavano la donna, ma come sentimento totalizzante dell’animo e dei sensi, che riscatta l’individuo dall’umiltà della nascita e riesce ad elevarlo in una sorta di aristocrazia dello spirito.

Acuto osservatore della realtà, nel “Decamerone” Boccaccio assegnò un ruolo preminente all’amore, considerandolo componente fondamentale della vita, sia esso sublime o sensuale, gioia dell’esistenza e mai peccato, istinto naturale e positivo, e, pur privilegiandone l’aspetto vitalistico (in effetti la morale amorosa di Boccaccio fu una trasformazione dell’amor cortese, più rivolto, però, all’aspetto terreno, sensuale, che a quello spirituale, poiché in fondo, qualunque sacrificio affrontato in suo nome, ha sempre come fine ultimo il congiungimento carnale tra l’uomo e la donna) non lo descrisse come avventura esclusivamente erotica, ma in tutti i suoi aspetti, tenero, felice, tragico, spirituale, sublime.

E rivoluzionaria fu anche la sua “democratizzazione” dell’amore: fino ad allora, secondo i moduli stilnovistici, il sentimento amoroso poteva essere concepito solo dagli animi nobili, con Boccaccio si estese anche agli individui più umili, socialmente inferiori (infatti Lisabetta e Lorenzo non sono di pari condizioni, ma ugualmente si amano), perché secondo le sue convinzioni, espressioni del nuovo atteggiamento della società anche nei confronti della materia amorosa, l’amore elevava tutto e tutti.

Amore, dunque, come avventura sensuale, istinto sano, naturale e non coercibile, amore per tutti gli strati sociali, comunque sempre presente perché vitale, espressione di civiltà e gioia dell’esistenza.

Ed è l’amore che nella V novella trasforma una ragazza comune, Lisabetta (vittima della logica economicistica e della grettezza dei familiari, i fratelli, che si preoccupano solo di difendere i propri interessi economici), nonostante il silenzio e la rassegnazione, in un’eroina, il cui ricordo sarà eternato dalla ballata popolare conclusiva del racconto.

All’amore è contrapposto il tema dell’etica mercantilistica, qui negativamente prospettata dal Boccaccio, giacché, per difendere i loro commerci, i fratelli di Lisabetta sacrificano ogni altro valore, non potendo consentire allo scandalo amoroso d’intralciarli. Infine, però, sarà comunque l’amore a prevalere contro la freddezza degli affari e i fratelli dovranno lasciare Messina e tutto ciò a cui tengono di più: quel commercio al quale avevano attribuito un valore superiore alla vita e all’amore.

La novella, nonostante sia quasi del tutto assente il dialogo, si snoda attraverso un ritmo rapido e scorrevole per confluire nella rigida fissità della figura della protagonista che, dopo l’assillante interrogare sul suo amato, si chiude in un mutismo doloroso e allucinato che finisce per acquisire le sembianze della follia, ma è proprio nel contrasto amore-economicità, vita-morte, sensualitàspiritualità, che risiede il suo fascino.

I fratelli dell’Ellisabetta uccidon l’amante di lei; egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso.

Questa la storia narrata dal Boccaccio.

A Messina vivevano, insieme alla sorella, Lisabetta, una giovane bella e virtuosa (assai bella e costumata la definisce l’autore, offrendo subito, con questi due aggettivi, il ritratto della protagonista in linea con l’ideale cortese della bellezza femminile, secondo il quale la grazia esteriore era considerata lo specchio di un animo nobile e sensibile), ma non ancora sposata (ancora maritata non aveano, evidenziando, con questa frase, la consuetudine tipica del tempo, cioè che era la famiglia a scegliere il marito per le figlie), tre ricchi fratelli mercanti (effettivamente nel Due-Trecento, in questa città vivevano diverse colonie di mercanti provenienti da San Gimignano, tra Certaldo e Siena, che aveva una fiorentissima Arte della lana, e si ha notizia che gli Ardinghelli, mercanti sangimignanesi, alla metà del Duecento si trasferirono da Messina a Napoli, come i fratelli di Lisabetta).

Per i tre fratelli lavorava Lorenzo, un giovane gentile e di bell’aspetto (Un giovinotto pisano, che tutti i lor fatti guidava e faceva…il quale essendo assai bello della persona e leggiadro molto, Boccaccio delinea il ritratto fisico e morale del giovane innamorato di Lisabetta, bello, gentile nell’animo, abile e intraprendente nel lavoro, ma subalterno, dunque non può essere accettato dalla famigli dei mercanti), guatato (guardato) da Lisabetta (già qui eroina muta, taciturna, è lo sguardo la sua dimensione espressiva, è lo sguardo il veicolo dell’amore, è attraverso la vista, infatti, che in lei si accende il sentimento amoroso, perché Amor è uno disio che ven da core/ per abondanza di gran piacimento;/ e li occhi in prima generan l’anmore, /e lo core li dà nutrica mento.).

Lorenzo e Lisabetta si innamorarono, ma una notte, mentre la giovane furtivamente andava da lui, uno dei fratelli li scoprì.

L’indomani raccontò tutto agli altri fratelli, con i quali concordò di agire per salvare l’onore della famiglia.

Condotto Lorenzo in un luogo isolato, lo uccisero e lo seppellirono.

Preoccupata per l’assenza dell’innamorato, la giovane chiese notizie ai fratelli, che le risposero che Lorenzo era assente per una commissione.

Tardando il suo ritorno, Lisabetta, a cui gravava la lunga assenza dell’amato, cominciò ad interrogare i fratelli (e questo l’unico momento in cui la protagonista, spinta dalla forza dell’amore, fa sentire la sua voce, prima di rinchiudersi in un silenzo allucinante, simile alla follia).

Per che la giovane dolente e trista, temendo e non sappiendo che, senza più domandarne si stava e assai volte la notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse; e alcuna volta con molte lacrime della sua lunga dimora si doleva.

Lisabetta piangeva afflitta, tormentata da una dolorosa inquietudine alla quale dava sfogo con un pianto copioso (lagrime…molto pianto…piangendo…lagrime, Boccaccio sottolinea con insistenza il motivo del pianto, l’unico modo in cui l’infelice fanciulla, chiusa in un doloroso mutismo, può esternare il suo inesprimibile dolore. Ormai la condizione esistenziale di Lisabetta procede con estrema lentezza, scandita dal dolore e dall’angoscia notturna, dalla sofferenza e dalle lacrime.).

Ma una notte Lorenzo le andò in sogno (tanto posto ebbero nella letteratura medievale, ed in Boccaccio, i sogni rivelatori!), e le rivelò di essere stato ucciso, indicando il luogo in cui giaceva il suo cadavere.

I suoi fratelli, appreso dai vicini che la loro sorella trascorreva intere giornate a curare il basilico, consumando la propria bellezza (Lisabetta è ormai in preda alla follia, gli occhi le parevano dalla testa fuggiti, ritorno il motivo dello sguardo che in Lisabetta si sostituisce alla parola, ora, però gli occhi non sono più veicolo d’amore, ma immagine straziante della sua devastazione interiore) glielo sottrassero e, svuotatolo, riconobbero il capo putrefatto di Lorenzo. Nel timore che il loro reato potesse essere scoperto, si trasferirono a Napoli.

Quale esso fu lo malo cristiano,
che mi furò la grasta, ecc.

Sono, questi, i primi versi di una ballata popolare di un autore anonimo, la “Canzone del basilico”, nata, forse, proprio per commemorare la sventurata Lisabetta da Messina, cui i fratelli sottrassero il vaso che celava la testa dell’amato Lorenzo, canzone popolare dalle molte varianti, studiata fin dall’Ottocento dai folkloristi ed integralmente trasmessa dal Carducci in “Cantilene e ballate dei secoli XII e XIV”, seppur con esordio leggermente diverso: Qual esso fu lo malo cristiano/ che mi furò la mia grasta /del bassilico mio selemontano?), ma l’accorato rimpianto della donna che lamenta il trafugamento del suo vaso (grasta) di basilico potrebbe anche riferirsi genericamente, meno drammaticamente, ad un bene irrimediabilmente perduto, comunque fornì lo spunto al Boccaccio per la pietosa novella, che profondamente commosse e suggestionò poeti ed artisti, ma della vicenda da lui elaborata non si ritrova traccia nella canzone.

La novella si configura come lo svelamento di ciò che tace la canzone (Quella novella che Filomena aveva detta fu alle donne carissima, per ciò che assai volte avevano quella canzone udita cantare né mai avean potuto, per domandarne, sapere qual si fosse la cagione per che fosse stata fatta, Lisabetta da Messina), la storia dell’infelice amore di Lisabetta, siciliana, di cuore gentile, trovatasi a vivere in un ambiente sordo agli affetti, marchiato dalla vergogna e dall’offesa all’onore familiare, troncato barbaramente dal delitto, svelato dall’apparizione in sogno dell’ucciso che rivela il luogo della sepoltura, e che conduce al disseppellimento e all’asportazione del capo, conservato nel vaso di basilico e adorato fino alla morte.

In questa novella immersa in un ambiente spento, in cui Boccaccio è scrittore molto sobrio, brevissimo, con battute dialogiche minime, impostando un racconto semplice, con personaggi quasi assenti (Lorenzo, la vittima, fantasma più che personaggio, i fratelli ombre sinistre), Lisabetta è protagonista assoluta, chiusa in un dolore solitario e delirante, immersa in un cupo silenzio, tanto che lo studioso Umberto Bosco la assegnò alla schiera delle “silenziose”, cioè di quei personaggi femminili che nel Decamerone non lasciano risaltare con le parole il loro amore, ma attraverso il silenzio di cui lo nutrono. Dominante, in tutto lo spazio narrativo, è la tristezza di Lisabetta, in muto vagheggiamento dell’amore per sempre perduto.

La canzone del basilico

Qual esso fu lo malo cristiano

che mi furò la mìa grasta

del bassilico mio selemontano?

Cresciut’era in gran podesta,

e io lo mi chiantai colla mia mano:

fu lo giorno de la festa.

Chi guasta – l’altrui cose, è villania.

Chi guasta l’altrui cose, è villania

e grandissimo peccato.

E io, la meschinella, ch’i’ m’avia

una grasta seminata!

Tant’era bella, ch’a l’ombra stasia

da la gente invidiata.

Fummi furata – davanti a la porta.

Fummi furata davanti a la porta:

dolorosa ne fu’ assai.

Ed io, la meschinella, or fosse io morta,

che sì cara l’accattai!

È pur l’altrier ch’i’ n’ebbi mala scorta

dal messer cui tanto amai.

Tutta la ‘ntorniai di maiorana.

Tutta la ‘ ntorniai di maiorana:

fu di maggio lo bel mese-

Tre volte la ‘nnaffiai la settimana,

che son dozi volte el mese,

d’un’acqua chiara di viva fontana.

Sir’ Idio, com’ ben s’aprese!

Or è in palese – che mi fu raputa.

Or è in palese che mi fu raputa:

non lo posso più celare.

Sed io davanti l’avessi saputo

che mi dovesse incontrare,

davanti a l’uscio mi sare’ iaciuta

per la mia grasta guardare.

Potrebbemene atare – l’alto Iddio.

Potrebbemene atare l’alto Iddio,

se gli fusse in piacimento.

de l’uomo che m’è stato tanto rio,

messo m’ha in pene e ‘n tormento,

ché m’ha furato il bassilico mio

ch’era pien d’ogni ulimento.

Suo ulimento – tutta mi sanava.

Suo ulimento tutta mi sanava,

tant’avea freschi gli olori;

e la mattina, quando lo ‘nnaffiava

a la levata del sole,

tutta la gente si maravigliava:

- Onde vien cotanto aulore? -

e io per lo suo amor – morrò di doglia.

E io per lo suo amor morrò di doglia,

per l’amor de la grasta mia.

Fosse chi la mi rinsegnar di voglia,

volontier la raccateria;

cento once d’oro ch’i’ ho ne la fonda

volentier gli le doneria,

e doneria- gli un bascio in disianza.


 

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Nota sull'autore

Francesca Santucci ha scritto 2 articoli su questo blog.

Scrittrice, studiosa del femminile e dell’antichità, ha pubblicato raccolte di poesie, racconti, fiabe e saggi. Suoi articoli sono stati pubblicati sulla rivista letteraria "Il notiziario per i soci italiani della Brontë Society". E’ presente con poesie e racconti in antologie collettive e raccolte multimediali. Nel 2007 una sua fiaba, “La favola del sole e della luna,” è stata musicata dal cantautore Pino Barillà, il pittore Arturo Bonanomi ha illustrato a tempera una sua poesia, "Ad una rosa", pubblicata in tiratura limitata dalla casa editrice Pulcinoelefante, ed un suo testo è stato scelto per il pannello del perdono (concesso da Sara Noris, la madre di Pierina Morosini, al brutale assassino della figlia), esposto all'interno del nuovo museo, dedicato a Pierina Morosini, presso la Chiesa parrocchiale di Fiobbio di Albino (Bg), il suo paese nativo, inaugurato il 28 ottobre 2007.


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